giovedì 17 aprile 2008, di Le collectif initiateur
La finanza deregolamentata distrugge le società . Silenziosamente, quotidianamente, quando gli azionisti mettono sotto pressione le imprese, cioè i dipendenti, per avere sempre maggior profitto, al nord come al sud. In modo spettacolare nelle crisi acute, in cui si rivelano brutalmente gli eccessi inverosimili della cupidigia speculativa e i loro contraccolpi sull’attività e l’impiego. Disoccupazione, precariato, aumento delle disparità sociali : i lavoratori e i più poveri sono destinati a fare le spese o della speculazione, o degli effetti del crollo finanziario che ne segue.
Da due decenni il corso della finanza mondiale non è altro che una lunga serie di crisi : 1987, crollo della borsa ; 1990, crisi immobiliare negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone ; 1994, crollo del mercato delle obbligazioni americano ; 1997 e 1998, crisi finanziaria internazionale ; 2000-2002, scoppio della bolla internet ; 2007-2008, infine, crisi immobiliare e forse crisi finanziaria globale.
Perché una tale ricorrenza ? Perché tutti gli ostacoli alla circolazione dei capitali e all’ "innovazione" finanziaria sono stati aboliti. E le banche centrali, che hanno lasciato la bolla gonfiarsi, non hanno ormai altra scelta che precipitarsi in aiuto delle banche e dei fondi speculativi a corto di liquidità . Noi non aspetteremo la prossima crisi senza fare niente e non sopporteremo più per molto le enormi disuguaglianze che la finanza di mercato fa prosperare. Dato che l’instabilità è intrinseca alla deregolementazione finanzaria, come potrebbero gli irrisori appelli alla "trasparenza" e alla "moralizzazione" cambiare qualcosa - e impedire che le stesse cause producano di nuovo gli stessi effetti ? Porre fine alla piaga speculativa richiede un cambiamento radicale delle regole del "gioco", cioè delle strutture finanziarie. Qualsiasi progetto di questo genere, tuttavia, è immediatamente sventato in seno all’Unione europea dalla scandalosa tutela offerta dai trattati alla liberalizzazione finanziaria.
Per queste ragioni, noi, cittadini europei, domandiamo :
l’abrogazione dell’articolo 56 del Trattato di Lisbona, che, vietando qualsiasi restrizione sui flussi di capitale, offre al potere finanziario le condizioni ideali per la sua presa sulla società .
Chiediamo inoltre la limitazione della "libertà di stabilimento" (art. 48), che permette al capitale di migrare dove le condizioni sono più favorevoli, e permette alle istituzioni finanziarie di trovare asilo nella City di Londra o nel luogo che preferiscono.
Se per "libertà " si deve intendere quella delle potenze dominanti, oggi incarnate dalla finanza, di schiavizzare il resto della società , diciamo immediatamente che non la vogliamo. Preferiamo quella dei popoli di vivere fuori della tirannia del profitto.
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